Site icon Riflessioni in ordine sparso sulla fotografia

Sono molto contento di essere diventato un fotografo professionista.

Foto d'interni
@ Alessandro Mallamaci

La parola “artista” non mi è mai piaciuta. Troppa gente fa uso delle parole “arte”, “artista” o peggio “nudo artistico”.

Preferisco di gran lunga il termine fotografo che identifica in maniera chiara e senza alcuna pretesa di altro tipo che la persona in questione si occupa di fotografia, magari a livello professionale. Anche perché la differenza di fondo tra chi fa fotografia solo per passione e chi ne fa una professione è che, nel bene o nel male, il professionista riceve continuamente feedback dal pubblico. Non intendo affermare che amo il lavoro di tutti i professionisti, anzi credo fermamente che i feedback positivi siano spesso frutto di un bagaglio inadeguato, di poca cultura. Se la gente comune fosse più abituata a vedere fotografie, film e a leggere libri, molti professionisti non avrebbero vita lunga non c’è dubbio. Ma è innegabile anche il contrario e cioè che, nel bene o nel male, un professionista tiene aperta la saracinesca o se “vende pellicole” (e ormai non se ne vendono più) o se ha clienti che gli comprano le foto. Per il professionista dunque la fotografia è vita, anche intesa in termini di necessità primarie.
Chi invece fa foto per pura passione ha sicuramente maggiori possibilità espressive e di ricerca che al fotografo vengono spesso negate dalla contingenza, cioè dagli impegni quotidiani, dalla fotografia commerciale che deve fare per vivere. Ma siamo davvero così sicuri che qualsiasi amatore, anche il più talentuoso sarebbe in grado di destreggiarsi bene in contesti commerciali?

Sono molto contento di essere diventato un fotografo professionista. Quando qualcuno ti chiama nel bel mezzo della notte e tu afferri l’attrezzatura ed esci a lavorare, per me significa essere un vero professionista, quando riesci a consegnare al giornale o alla rivista esattamente ciò di cui avevano bisogno. Questo è quello che ho sempre voluto ottenere: essere pagato per il mio lavoro, perché “funziono”.
Thomas Hoepker

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