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Modelli di riferimento nell’epoca dei Talk Show

Durante un suo recente intervento pubblico Daniele Protti, direttore de L’Europeo, ha espresso la sua posizione in merito al ruolo della televisione pubblica in Italia. Sono rimasto piacevolmente stupito di quanto fosse simile alla mia. In particolare una delle questioni “esemplari” era quella della trasmissione, fino a qualche decennio fa, degli spettacoli teatrali che oggi in televisione

non si vedono praticamente più. Protti osservava come il ruolo della televisione pubblica dovesse essere differente rispetto a quella privata. Non è ammissibile infatti che la TV di Stato abbia come riferimento il palinsesto di quella privata. La prima infatti dovrebbe produrre trasmissioni d’eccellenza e non necessariamente puro svago, anche perché essendo pagata dai cittadini non dovrebbe misurare la qualità delle proprie trasmissioni in funzione dello share e quindi dei ricavi prodotti dalla pubblicità. Protti inoltre si domandava, retoricamente è chiaro, come mai a trasmissioni decisamente valide come “La storia siamo noi” e altre similari  non fossero riservate le fasce orarie migliori.

Un tempo, grazie alla TV era possibile vedere spettacoli teatrali e quindi avvicinarsi alla cultura. Il ruolo della TV di Stato non era quello di offrire mero intrattenimento ma anche un servizio pubblico (d’altro canto è il pubblico a fornirne il sostentamento). Oggi televisione pubblica e privata si fanno concorrenza col risultato che le trasmissioni si somigliano tutte e non esiste alternativa.

Ma la conseguenza peggiore di questo è l’appiattimento che ne deriva. Per certi versi viene da pensare che quello che è accaduto non sia frutto del caso ma di un piano preciso. Se consideriamo infatti tutto il tempo che molti bambini e adolescenti trascorrono davanti alla TV senza controllo, ci rendiamo conto del fatto che per diverse ore al giorno i giovani italiani sono sottoposti a modelli decisamente poco edificanti. Faccio riferimento alla De Filippi, al Grande Fratello (a proposito, sarei curioso di sapere quanti degli spettatori di questa trasmissione televisiva conoscono Orwell) e a tutte quelle trasmissioni dalle quali risulta una visione falsata della realtà. I problemi dei personaggi dei talk show sono ben lontani dalla realtà di tutti i giorni e una persona giovane con un senso critico non ancora del tutto sviluppato potrebbe essere indotta a pensare che quelli siano i problemi reali. Quindi non sviluppa senso critico, perde il contatto con la realtà, ha dei modelli di riferimento sbagliati, sviluppa dei valori “dubbi”.

Un giovane che vede tutti i pomeriggi uomini palestrati e con le sopracciglia tirate e donne che sbavano per uscirci assieme (o viceversa), non può che pensare che gli unici ideali nella vita siano la bellezza esteriore e il danaro. Quest’ultimo perché consente di acquistare l’automobile giusta, il bracciale alla moda, la camicia firmata, tutti elementi utili alla conquista di uno status sociale di rilievo.
Ecco dunque le nuove leve del consumo, totalmente prive di senso critico, che nulla faranno (e nulla potranno fare per mancanza di strumenti) per modificare la realtà attuale, perché rappresenta per loro l’unico modello.

Ma quali sarebbero le conseguenze se lo Stato lavorasse per lo sviluppo del senso critico nei giovani, e cioè della capacità dei futuri elettori italiani di mettere in discussione le decisioni dei propri rappresentanti in parlamento?
Quali sarebbero le conseguenze se i futuri consumatori italiani sviluppassero capacità di consumo critico?

Provate ad immaginare un mondo nel quale i giovani fossero educati all’arte, alla poesia, alla letteratura, al teatro…

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