Riflessioni in ordine sparso sulla fotografia

Un viaggio tra arte, fotografia e vita

Modelli di riferimento nell’epoca dei Talk Show3 min read

Durante un suo recente intervento pubblico Daniele Protti, direttore de L’Europeo, ha espresso la sua posizione in merito al ruolo della televisione pubblica in Italia. Sono rimasto piacevolmente stupito di quanto fosse simile alla mia. In particolare una delle questioni “esemplari” era quella della trasmissione, fino a qualche decennio fa, degli spettacoli teatrali che oggi in televisione

non si vedono praticamente più. Protti osservava come il ruolo della televisione pubblica dovesse essere differente rispetto a quella privata. Non è ammissibile infatti che la TV di Stato abbia come riferimento il palinsesto di quella privata. La prima infatti dovrebbe produrre trasmissioni d’eccellenza e non necessariamente puro svago, anche perché essendo pagata dai cittadini non dovrebbe misurare la qualità delle proprie trasmissioni in funzione dello share e quindi dei ricavi prodotti dalla pubblicità. Protti inoltre si domandava, retoricamente è chiaro, come mai a trasmissioni decisamente valide come “La storia siamo noi” e altre similari  non fossero riservate le fasce orarie migliori.

Un tempo, grazie alla TV era possibile vedere spettacoli teatrali e quindi avvicinarsi alla cultura. Il ruolo della TV di Stato non era quello di offrire mero intrattenimento ma anche un servizio pubblico (d’altro canto è il pubblico a fornirne il sostentamento). Oggi televisione pubblica e privata si fanno concorrenza col risultato che le trasmissioni si somigliano tutte e non esiste alternativa.

Ma la conseguenza peggiore di questo è l’appiattimento che ne deriva. Per certi versi viene da pensare che quello che è accaduto non sia frutto del caso ma di un piano preciso. Se consideriamo infatti tutto il tempo che molti bambini e adolescenti trascorrono davanti alla TV senza controllo, ci rendiamo conto del fatto che per diverse ore al giorno i giovani italiani sono sottoposti a modelli decisamente poco edificanti. Faccio riferimento alla De Filippi, al Grande Fratello (a proposito, sarei curioso di sapere quanti degli spettatori di questa trasmissione televisiva conoscono Orwell) e a tutte quelle trasmissioni dalle quali risulta una visione falsata della realtà. I problemi dei personaggi dei talk show sono ben lontani dalla realtà di tutti i giorni e una persona giovane con un senso critico non ancora del tutto sviluppato potrebbe essere indotta a pensare che quelli siano i problemi reali. Quindi non sviluppa senso critico, perde il contatto con la realtà, ha dei modelli di riferimento sbagliati, sviluppa dei valori “dubbi”.

Un giovane che vede tutti i pomeriggi uomini palestrati e con le sopracciglia tirate e donne che sbavano per uscirci assieme (o viceversa), non può che pensare che gli unici ideali nella vita siano la bellezza esteriore e il danaro. Quest’ultimo perché consente di acquistare l’automobile giusta, il bracciale alla moda, la camicia firmata, tutti elementi utili alla conquista di uno status sociale di rilievo.
Ecco dunque le nuove leve del consumo, totalmente prive di senso critico, che nulla faranno (e nulla potranno fare per mancanza di strumenti) per modificare la realtà attuale, perché rappresenta per loro l’unico modello.

Ma quali sarebbero le conseguenze se lo Stato lavorasse per lo sviluppo del senso critico nei giovani, e cioè della capacità dei futuri elettori italiani di mettere in discussione le decisioni dei propri rappresentanti in parlamento?
Quali sarebbero le conseguenze se i futuri consumatori italiani sviluppassero capacità di consumo critico?

Provate ad immaginare un mondo nel quale i giovani fossero educati all’arte, alla poesia, alla letteratura, al teatro…


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Commenti

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6 pensieri su “Modelli di riferimento nell’epoca dei Talk Show

  1. >Il bandolo della matassa sta nel fatto che sia la televisione privata che quella pubblica (a parte alcuni programmi che vanno quando non li guarda nessuno) sono nelle stesse mani. E non ci vuole la zingara per sapere chi!
    L'appiattimento è l'elemento necessario per mantenere il potere e non permettere lo sviluppo di una coscienza individuale e collettiva.
    E' triste la cosa… e non penso che il cambiamento possa venire dall'alto, dallo "Stato" di cui sopra ma da singoli individui che lavorano nel loro piccolo con molta, molta pazienza e perseveranza.
    "Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce"…

  2. >Però il nostro problema non può essere una persona… Quand'anche questa persona non fosse mai esistita avremmo problemi molto simili. Il risultato dell'appiattimento culturale non si esaurisce nella scarsa attenzione politica e civile (e in un voto poco attento) ma soprattutto nel consumo di beni decisamente non di prima necessità ma che appaiono come tali.
    Quindi le nuove leve del consumo acritico (in parte lo siamo tutti… ma i più esagerano) alimentano un sistema che alimenta l'ignoranza e quindi nuove leve del consumo acritico! E così all'infinito.

  3. >il nostro problema sta anche in "una persona", come la definisci tu… una persona, se abbastanza ricca e potente e disonesta e retrograda, può cambiare – ahimé – un paese e devastare una generazione, per trasformarla appunto in un branco di consumatori perfetti: acritici, vuoti, manipolabili e, di fatto, manipolati.
    conosco, come sai, direttamente la vita in francia e l'inghilterra: questi paesi hanno le loro peculiarità e difetti, tra i quali non rientra una televisione pubblica di livello penoso come quella italiana. certo, il livello non è ormai altissimo neanche lì, ma: 1- posso abboffarmi di documentari e reportage, a tutte le ore del giorno e della notte. 2- non ci sono donne ridotte al ruolo di manichini (nella migliore delle ipotesi) a coreografare con patetici balletti qualunque momento di qualunque show, vestite come le bambole culone e tettone dei sogni erotici di un vecchio bavoso e incapace di conquistare una donna senza aprire il portafoglio. 3- non ho l'impressione di vedere spesso servizi "giornalistici" che mi parlano di una mucca investita a un passaggio a livello o di come vestirsi quando fa molto caldo, nel giorno in cui si dovrebbe parlare di un processo importante o dei risultati di elezioni che, se sfavorevoli al "capo", vengono taciuti.
    al di là di questo sono con te su tutti i punti, sapessi che shock rendermi conto che il modello di "maschio" (uomo mi pare troppo) imperante in italia è il grezzo individuo palestrato fiero della propria ignoranza e con le sopracciglia rifatte, e il modello di donna sarebbero queste altrettanto ignoranti e francamente poco invitanti bambole gonfiabili.
    sono con te soprattutto sul ruolo della cultura, che rende liberi, consente di farsi una propria opinione sugli eventi e sulle persone, allontana dai dettami del marketing, fa scoprire e apprezzare le differenze, ed è per questo avversata da chi ha ovvi interessi nell'allevare pecore da condurre serenamente al pascolo, alla mungitura e un giorno al macello, senza troppi sforzi, con il semplice aiuto di qualche cane che abbai qua e là, tanto per fare loro un po' di paura.

  4. >condivido Stefanuzzo! 🙂
    soprattutto la cultura che rende liberi! e chi detiene il potere lo sa bene!
    Tanto per citare un piccolo episodio, anni fa rimasi a dir poco "stupefatta" o forse è meglio dire "esterrefatta" da una frase che mi disse una famosa prof. di storia e filosofia di un liceo classico: "la cultura non deve essere data in mano a tutti". Ci rimasi… cmq era un'insegnante e come tale "agiva" sui suoi alunni con il dovere di trasmettere la cultura.
    La cosa parla da sola…
    Ed era nel piccolo 🙁

  5. >La visione non è lontana dalla mia, ma non c'è via d'uscita se non boicottando la televisione stessa affinché possano fallire tali modelli.
    Come diceva il buon Luttazzi, la soluzione estrema sarebbe quella di boicottare tutti i prodotti pubblicizzati sulle reti incriminate =)

    La televisione in Italia, come molte cose, è frutto di un compromesso che (sempre alla maniera italiana) col passare degli anni è degenerato.
    Mi spiego meglio:
    quando partì la RAI si doveva scegliere se far pagare la visione o usare la pubblicità, si scelse un po' e un po', un canone contenuto e un po' di pubblicità la sera (il Carosello), tutto sommato un compromesso accettabile.
    Così durante i primi decenni la RAI ha giocato un ruolo importantissimo nell'alfabetizzazione del Paese e nell'educazione culturale, nulla da dire.
    Il guaio è cominciato con il via libera di Craxi alla trasmissione su scala nazionale delle TV private che, sul modello americano, sono basate esclusivamente sugli incassi pubblicitari, e tali incassi si ottengono "incollando" gli spettatori allo schermo a discapito della qualità dei contenuti.
    Gli anni passano, la gente si rincoglionisce con le telenovelas, i telefilm e i format idioti, la RAI perde ascolti ed è letteralmente costretta a peggiorare la qualità della programmazione per non soccombere, perché evidentemente con il solo canone non può campare, la pubblicità aumenta a dismisura e l'idiozia dilaga, l'informazione, soggetta ai governi, è sempre più spudorata.

    Morale della favola, un popolo ignorante si controlla meglio di un popolo colto, ma questa è un'altra storia, del programma di rinascita democratica ne parliamo un'altra volta 😉

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